Le 6 sedie di design più famose di sempre: chi le ha inventate e perché contano ancora
Nel 1957 Gio Ponti fece lanciare una sedia dal quarto piano di un palazzo. Pesava 1,7 chili e, secondo il racconto, rimbalzò sul marciapiede senza rompersi. Un secolo prima, Michael Thonet aveva già venduto milioni di esemplari di una sedia da caffè che viaggiava smontata in una scatola, sei pezzi di legno e dieci viti. Le sedie di design più famose hanno quasi sempre una storia così alle spalle: un’idea che sembrava impossibile, un prototipo che non funzionava, un’azienda che ci ha creduto quando nessun altro lo faceva.
In questa guida abbiamo scelto le sei sedie di design famose che hanno davvero cambiato le regole: la N.14 di Michael Thonet, la Wassily di Marcel Breuer, la Tulip di Eero Saarinen, la Superleggera di Gio Ponti, la Panton Chair di Verner Panton e la UP5_6 di Gaetano Pesce. Per ognuna raccontiamo da dove è nata, chi l’ha disegnata, quale brand l’ha portata in produzione, come riconoscere l’originale dalle tante copie e quanto costa oggi la versione ufficiale (prezzi indicativi dei rivenditori autorizzati, settembre 2026). Sei sedie iconiche che, a distanza di decenni, continuano a entrare nelle case di oggi.
N.14 di Michael Thonet, 1859: la sedia che ha inventato la produzione in serie
Tutto comincia in una bottega. Michael Thonet è un ebanista tedesco che, dopo anni di esperimenti, si trasferisce a Vienna con un’idea fissa: piegare il legno massello invece di intagliarlo. La tecnica che perfeziona è la curvatura a vapore: le stecche di faggio vengono scaldate a circa 100 °C, forzate in stampi di ghisa e lasciate asciugare per ore, finché non mantengono la forma. Il risultato è un legno curvo, elastico e soprattutto ripetibile, senza incastri complicati e senza manodopera specializzata.

Sedie Thonet in legno curvato al MAK di Vienna. Foto: Gryffindor, Wikimedia Commons (CC0)
Nel 1859 questa tecnica diventa la sedia N.14: sei pezzi di faggio curvato, dieci viti e due dadi. Si spedisce smontata, si assembla in pochi minuti e in un metro cubo ne entrano decine. È la nascita del mobile industriale. Tra il 1859 e il 1930 la Gebrüder Thonet ne vende circa 50 milioni di esemplari; nel 1867 la sedia vince la medaglia d’oro all’Esposizione universale di Parigi e Le Corbusier arriverà a scrivere che non era mai stato creato nulla di più elegante e meglio concepito.
Ma perché proprio una sedia da caffè è considerata la prima sedia moderna? Perché per la prima volta il progetto non riguarda solo la forma, ma tutto ciò che le sta intorno: il processo produttivo, il trasporto, il montaggio, il prezzo. È la stessa logica che, un secolo dopo, ritroveremo nel design scandinavo e nell’arredo democratico. Oggi la conosciamo come “sedia bistrot” e Thonet la produce ancora con il nome 214, con la stessa struttura di allora.
Vuoi riconoscere una 214 originale? Sotto la seduta trovi il marchio a fuoco Thonet e l’etichetta dell’azienda, che produce ancora a Frankenberg, in Germania. Le gambe posteriori e lo schienale sono un unico pezzo di faggio curvato, senza giunture a vista, mentre le imitazioni usano quasi sempre più pezzi incollati. Il listino ufficiale parte da circa 1.100 euro.
Wassily di Marcel Breuer, 1925: il tubolare d’acciaio entra in salotto
Nel 1925 Marcel Breuer ha poco più di vent’anni e dirige il laboratorio di falegnameria del Bauhaus di Dessau. Compra la sua prima bicicletta e resta colpito dal telaio: tubi d’acciaio leggeri, piegati, capaci di reggere una persona in movimento. Se funziona per una bicicletta, pensa, può funzionare anche per una poltrona. Nasce così il modello B3: una struttura in tubo d’acciaio curvato, senza imbottitura, con seduta, schienale e braccioli in fasce di tessuto teso.

Poltrona Wassily di Marcel Breuer con il tavolino E-1027 di Eileen Gray. Foto: 1971markus, Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0)
Per l’epoca è una rottura completa. Una poltrona senza legno, senza cuscini, che sembra un disegno tridimensionale fatto di linee sospese. Chi la vede al Bauhaus la trova quasi provocatoria; oggi la riconosciamo come il punto di partenza di tutto l’arredo in metallo del Novecento, dalle sedute da ufficio ai mobili di casa.
E il nome? Wassily Kandinsky, che insegnava al Bauhaus accanto a Breuer, apprezzò molto il progetto e ne ricevette un esemplare per il suo studio. L’aneddoto rimase tra le mura della scuola finché, negli anni Sessanta, l’azienda italiana Gavina non decise di rieditare la poltrona e la battezzò Wassily in suo onore. Dal 1968, con l’acquisizione di Gavina, la produce Knoll, con le fasce in cuoio che oggi consideriamo la versione classica.
Se ne cerchi una originale, guarda il telaio: su una Wassily di Knoll sono incisi il logo KnollStudio e la firma di Marcel Breuer. Il tubolare è cromato lucido, senza saldature visibili, e le fasce sono in cuoio spesso, teso e cucito. Le copie si riconoscono da seduti: la struttura flette, il cuoio è sottile e dopo pochi mesi si affloscia. Il listino parte da circa 2.300 euro.
Tulip di Eero Saarinen, 1956: via le gambe, resta uno stelo
A metà degli anni Cinquanta l’architetto finlandese-americano Eero Saarinen guarda le sale da pranzo del suo tempo e vede un problema: sotto tavoli e sedie c’è una “selva di gambe” che rende gli ambienti confusi e inquieti. Vuole ripulirla. La risposta è la Pedestal Collection, disegnata tra il 1955 e il 1956 per Knoll, in cui tavoli, sedie e sgabelli poggiano tutti su un unico stelo. La sedia Tulip è il pezzo che ne diventa il simbolo.

Sedie Tulip e tavolo Saarinen, Knoll. Ph. courtesy Knoll
L’idea iniziale era ancora più radicale: una sedia interamente in un solo materiale, dalla scocca alla base. I prototipi in vetroresina però non reggevano lo sforzo sul punto d’appoggio, e Saarinen arriva a un compromesso che si rivela geniale: una scocca in vetroresina stampata su una base in alluminio pressofuso, verniciata dello stesso colore in modo che l’occhio la legga come un unico elemento. Il brevetto viene depositato nel 1960 e la sedia entra nella collezione permanente del MoMA di New York.

Il disegno del brevetto della sedia Tulip di Eero Saarinen
Perché funziona così bene ancora oggi? Perché risolve un problema pratico che non è mai sparito: attorno a un tavolo lo spazio per le gambe è sempre poco, e una base a stelo lo libera completamente. Per questo la Tulip, ancora prodotta da Knoll, è una delle sedute più usate in zone pranzo piccole e negli appartamenti di città, spesso abbinata al tavolo Saarinen con la stessa base.
La Tulip di Knoll ha la firma di Saarinen e il logo KnollStudio impressi sotto la base, che è in alluminio pressofuso rivestito di Rilsan: pesante e stabile. Le imitazioni hanno quasi sempre una scocca in plastica ABS più sottile e una base leggera che oscilla. Il listino parte da circa 2.000 euro per la versione senza braccioli.
Superleggera di Gio Ponti, 1957: 1,7 chili di design italiano
La Superleggera non nasce da zero, ma da un oggetto popolare: la sedia di Chiavari, che gli artigiani liguri costruivano dall’Ottocento con legno sottile e seduta intrecciata. Gio Ponti la studia a lungo, con un obiettivo preciso: conservarne la leggerezza e la semplicità, riducendo al minimo la materia e il costo. Ci mette quasi dieci anni. Un primo prototipo nel 1949, il modello Leggera prodotto da Cassina nel 1951 e infine la 699 Superleggera, disegnata nel 1955 e in produzione da Cassina dal 1957.

699 Superleggera di Gio Ponti, Cassina. Ph. courtesy Cassina
Il segreto è nella sezione delle gambe: frassino a sezione triangolare, appena 18 millimetri di lato, con seduta in canna d’India intrecciata a mano. Il peso finale è di 1,7 kg, tanto che si solleva con un dito: la fotografia pubblicitaria di un bambino che la alza con il mignolo è diventata la sua immagine più celebre. Quanto è resistente una sedia così leggera? È qui che nasce la scena con cui abbiamo aperto: si racconta che Ponti, per dimostrarlo, la fece lanciare dal quarto piano di un palazzo, e la sedia rimbalzò sul marciapiede senza rompersi.
La Superleggera è anche la dimostrazione di un metodo tutto italiano: partire dall’artigianato, capirne la logica e portarla nell’industria senza perderne l’anima. È lo stesso percorso di molti grandi designer italiani del dopoguerra, e spiega perché questa sedia, a quasi settant’anni dal debutto, non abbia ancora smesso di sembrare contemporanea.
Ogni Superleggera di Cassina porta sotto la seduta la firma di Gio Ponti, il logo Cassina e un numero di serie progressivo, come tutti i pezzi della collezione I Maestri. Il test più semplice però resta quello del peso: se non la sollevi con un dito, non è lei. Il listino parte da circa 1.300 euro con seduta imbottita e da circa 2.200 euro con seduta in canna d’India.
Panton Chair di Verner Panton, 1960: la prima sedia in plastica in un unico pezzo
Il danese Verner Panton comincia a pensarci negli anni Cinquanta, ispirato, si racconta, da una pila di secchi di plastica impilati. La sua idea è radicale: una sedia a sbalzo, senza gambe, in un solo materiale e in un solo pezzo, senza giunture né viti. Nel 1960 realizza il primo modello in gesso, ma per anni nessun produttore accetta la sfida: la tecnologia per stampare una forma del genere semplicemente non esiste ancora.

Il designer danese Verner Panton. Ph. courtesy Vitra
La svolta arriva a metà degli anni Sessanta, quando Panton incontra Willi Fehlbaum, fondatore di Vitra. Insieme mettono a punto la forma a “S” che conosciamo e nel 1967 escono i primi esemplari in poliestere rinforzato con fibra di vetro. Presentata sulla rivista danese Mobilia, fa subito scalpore: è la prima sedia in plastica realizzata in un unico pezzo. Negli anni il materiale cambia più volte, alla ricerca di resistenza e costi accessibili, fino al polipropilene introdotto nel 1999, che la rende adatta anche all’uso quotidiano e all’esterno.

Panton Chair di Verner Panton, Vitra. Ph. courtesy Vitra
Perché una sedia del 1967 sembra ancora così moderna? Perché non ha riferimenti a nulla che l’abbia preceduta: nessuna gamba, nessuno schienale separato, solo una linea continua che scende dalla schiena a terra. Oggi Vitra la produce in molti colori, ed è esposta al MoMA di New York e al Design Museum di Londra.
La Panton Chair di Vitra ha il logo Vitra e la firma di Verner Panton in rilievo sotto la seduta. Il polipropilene è tinto in massa, con finitura opaca e uniforme, senza bave di stampaggio lungo i bordi. Le copie sono lucide, più sottili e flettono in modo irregolare. Il listino parte da circa 380 euro per la versione in polipropilene e supera i 1.600 euro per la Panton Chair Classic laccata.
UP5_6 di Gaetano Pesce, 1969: la seduta che racconta una storia
Nel 1969 Gaetano Pesce presenta la serie UP con C&B Italia, l’azienda che negli anni Settanta diventerà B&B Italia. Il pezzo più discusso è la poltrona UP5: forme morbide e generose che richiamano una figura femminile, legata con un cordone a un pouf sferico, l’UP6. Pesce spiegò lui stesso il significato: la donna, diceva, è sempre stata prigioniera di sé stessa e dei pregiudizi, e lui voleva dare a quella poltrona la forma di una donna con la palla al piede.

UP5_6 di Gaetano Pesce. Foto: Francesco Bini, Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0)
Anche il modo in cui arrivava a casa faceva parte del progetto. La poltrona è in schiuma di poliuretano e veniva venduta compressa sottovuoto, dentro una confezione piatta: una volta aperto l’involucro, la UP5 riprendeva lentamente volume e forma davanti a chi l’aveva comprata, come una piccola performance domestica. Per la prima volta una seduta era insieme oggetto industriale, spettacolo e messaggio.
Che senso ha oggi una poltrona nata come manifesto? Il senso che ha ogni oggetto capace di far parlare di sé oltre la funzione. La UP5_6 è ancora prodotta da B&B Italia, è stata rieditata in versioni speciali per i cinquant’anni nel 2019 ed è entrata nelle collezioni del MoMA e del Centre Pompidou. Resta una delle poche sedute che si riconosce da un dettaglio, la sfera al suo fianco, prima ancora di vederla intera.
Una UP5_6 di B&B Italia ha l’etichetta del marchio cucita sul rivestimento e il certificato di autenticità con numero di serie. I segni distintivi sono il tessuto elasticizzato a righe, che riprende la versione del 1969, e il pouf legato alla poltrona con il cordone. Il listino parte da circa 5.200 euro per poltrona e pouf insieme.
Cosa ci insegnano queste sei sedie
Messe in fila, raccontano un secolo di progetto: dal legno curvato alla plastica stampata, dall’artigianato alla produzione industriale, dalla pura funzione alla seduta che comunica un’idea. Hanno in comune una cosa sola: ognuna ha risolto un problema vero, produrre di più, pesare meno, liberare lo spazio o semplificare la forma, e lo ha fatto in modo così chiaro da diventare un riferimento per tutti quelli venuti dopo.
Anche le sedie che scegliamo oggi per la cucina, il soggiorno o lo studio devono qualcosa a questi sei modelli. Se stai cercando sedute di design per la tua casa, puoi partire dalla selezione di sedie di Arredare Moderno, con proposte di brand italiani e internazionali che continuano, ciascuno a modo suo, questa storia.





