8 oggetti di design che conosci anche se non sai come si chiamano
Ci sono oggetti che conosciamo prima ancora di conoscerne il nome. Li abbiamo visti nelle case, nei film, sulle riviste, negli hotel, negli studi di architettura o semplicemente scorrendo centinaia di immagini online. Riconosciamo la loro forma in pochi secondi, eppure non sempre sapremmo dire chi li abbia disegnati, quando siano nati o quale sia il loro vero nome.
È uno dei fenomeni più interessanti della storia del design: alcuni arredi e complementi riescono a superare il confine tra prodotto e cultura visiva. Non appartengono più soltanto al catalogo di un’azienda o alla firma di un progettista. Entrano nell’immaginario collettivo.
Un arco di acciaio che attraversa il soggiorno. Una sedia dalla silhouette continua a forma di S. Uno spremiagrumi che sembra una creatura extraterrestre. Una poltrona morbida senza una struttura apparente. Basta la sagoma per sapere di averli già incontrati.
Sono oggetti di design famosi, anche tra chi non si occupa di arredamento. Ed è probabilmente questa la definizione più autentica di un’icona: un progetto capace di essere riconosciuto anche quando abbiamo dimenticato — o non abbiamo mai conosciuto — il suo nome.
Perché alcuni oggetti di design diventano icone?
Non basta che un oggetto sia bello per diventare iconico.
Le vere icone del design hanno quasi sempre qualcosa in comune: introducono una forma nuova, risolvono un problema in modo inatteso o riescono a rappresentare perfettamente il momento storico nel quale sono nate. Poi accade qualcosa di ancora più difficile da progettare: quella forma continua a funzionare decenni dopo.
Il tempo, in altre parole, non le rende obsolete. Le rende familiari.
Molti degli oggetti che oggi consideriamo classici furono in realtà estremamente sperimentali quando apparvero. Materie plastiche, poliuretano espanso, compensato curvato, nuovi sistemi meccanici e modi differenti di concepire il rapporto tra corpo, luce e spazio trasformarono il Novecento in un enorme laboratorio dell’abitare.
E alcuni di quegli esperimenti sono ancora intorno a noi.
1. Juicy Salif di Philippe Starck: lo spremiagrumi che sembra arrivato dallo spazio
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Lo avete sicuramente visto.
Tre lunghe gambe in alluminio, un corpo centrale affusolato e una forma difficile da associare, al primo sguardo, a un utensile da cucina. Potrebbe essere un insetto, un piccolo razzo, una creatura marina oppure un oggetto proveniente da un futuro immaginato negli anni Novanta.
Si chiama Juicy Salif ed è lo spremiagrumi progettato da Philippe Starck per Alessi.
La sua storia è diventata quasi parte della mitologia del design contemporaneo. Starck ne tracciò le prime forme su una tovaglietta di carta mentre si trovava in Italia; Alessi conserva ancora gli schizzi originari. Disegnato alla fine degli anni Ottanta ed entrato in produzione nel 1990, Juicy Salif è realizzato in fusione di alluminio ed è alto 29 centimetri.
La cosa più interessante, però, è un’altra: Juicy Salif ha trasformato uno spremiagrumi in un argomento di conversazione.
Il progetto mette volutamente in crisi la distinzione tra utensile domestico e scultura. Ed è proprio per questo che viene spesso lasciato in vista anche quando non viene utilizzato.
È uno dei casi più evidenti in cui il design ha trasformato un gesto quotidiano — spremere un limone — in un’immagine impossibile da dimenticare.
2. Lampada Arco di Flos: quella grande curva che attraversa il soggiorno
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Una pesante base rettangolare in marmo. Da lì parte un lungo stelo metallico che si allunga nello spazio fino a portare la luce quasi al centro della stanza.
È Arco, una delle lampade più celebri della storia del design italiano.
La progettarono Achille e Pier Giacomo Castiglioni nel 1962 per Flos, partendo da un’intuizione apparentemente semplice: ottenere l’effetto di una lampada a sospensione senza dover praticare alcun foro nel soffitto. L’ispirazione arrivava dai lampioni stradali, capaci di portare la luce molto lontano dal punto nel quale sono fissati.
La base in marmo di Carrara non è quindi soltanto scenografica: serve come contrappeso. Anche il celebre foro che la attraversa ha una funzione precisa, perché permette di sollevare la pesante base inserendovi un bastone.
Questa è forse una delle ragioni per cui Arco è diventata un’icona del design moderno: ciò che sembra puramente estetico deriva in realtà dalla funzione.
E poi c’è la sua silhouette. È talmente riconoscibile che moltissime lampade successive hanno ripreso quella combinazione di basamento a terra, lungo braccio curvo e luce sospesa. Flos stessa la descrive come uno dei progetti più iconici e imitati della storia dell’illuminazione.
3. Panton Chair: la sedia a forma di S che sembra disegnata con una sola linea
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Non ha quattro gambe.
In realtà non ha nemmeno una vera separazione tra gambe, seduta e schienale.
La Panton Chair di Verner Panton è una curva continua che parte dal pavimento, sale, cambia direzione e diventa una sedia. La sua silhouette è una delle immagini più immediatamente riconoscibili del design del secondo Novecento.
Panton iniziò a lavorare all’idea tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta. Il progetto era tecnicamente molto ambizioso per l’epoca e furono necessari anni di ricerca con Vitra prima di arrivare alla produzione. Nel 1967 venne realizzata una prima serie: era una sedia a sbalzo completamente in plastica e realizzata in un unico pezzo, una soluzione allora pionieristica.
Il risultato appare ancora oggi sorprendentemente contemporaneo.
La Panton Chair non cerca di nascondere il materiale plastico fingendo di essere qualcos’altro. Al contrario, trasforma le possibilità della plastica nel proprio linguaggio estetico: continuità, colore, superficie e libertà formale diventano un’unica cosa.
Forse è per questo che continua a comparire tanto negli interni minimalisti quanto negli spazi più pop e colorati.
4. Sacco di Zanotta: la poltrona senza forma che ha cambiato il modo di sedersi

Prima di Sacco, una poltrona era generalmente qualcosa di molto preciso: aveva una struttura, uno schienale, una seduta e spesso dei braccioli.
Poi arrivò un oggetto che sembrava non avere niente di tutto questo.
Nel 1968 Piero Gatti, Cesare Paolini e Franco Teodoro presentarono a Zanotta l’idea di una seduta capace di assumere la forma del corpo di chi la utilizzava. Nacque Sacco: un involucro riempito di piccole sfere di polistirolo espanso che si spostano continuamente seguendo posizione e peso della persona.
È il celebre “sacco” morbido sul quale probabilmente si sono sedute almeno una volta generazioni molto diverse.
Eppure dietro la sua apparente semplicità c’era un’idea radicale: non progettare più la posizione corretta del corpo, ma lasciare che fosse il corpo a determinare la forma della seduta.
Era il 1968, e quella libertà formale raccontava perfettamente una società che stava mettendo in discussione convenzioni, comportamenti e rituali domestici.
Sacco sarebbe diventata l’archetipo stesso della bean bag, tanto che oggi è difficile separare il progetto originale dalle migliaia di interpretazioni che sono arrivate in seguito.
5. Tolomeo di Artemide: la lampada da scrivania che abbiamo visto ovunque

Uffici di architetti, scrivanie di designer, studi professionali, biblioteche, set fotografici, case.
Ci sono buone possibilità che abbiate incontrato Tolomeo decine di volte senza sapere come si chiamasse.
La lampada nasce dal lavoro di Michele De Lucchi e Giancarlo Fassina per Artemide e viene presentata alla fine degli anni Ottanta. Nel 1989 il progetto riceve il Compasso d’Oro.
La sua immagine è quella di una perfetta macchina per illuminare: una struttura leggera in alluminio, bracci articolati, tiranti visibili e una testa orientabile.
Niente viene realmente nascosto.
Ed è proprio questa sincerità meccanica a renderla elegante.
Il sistema consente di spostare facilmente la luce mantenendo la lampada stabile nelle diverse posizioni. Dal progetto originale è nata nel tempo una vera famiglia di apparecchi — versioni da tavolo, da parete, da terra e a pinza — dimostrando quanto fosse potente l’idea iniziale.
Tolomeo è diventata così uno di quegli oggetti che associamo istintivamente alla parola “design”, anche senza conoscere il suo nome.
6. Componibili di Kartell: quei piccoli cilindri che sono in tantissime case

Li avete probabilmente visti accanto a un letto, in bagno, in cameretta o vicino a un divano.
Sono cilindrici, colorati, impilabili e hanno caratteristiche ante scorrevoli con un foro circolare.
Si chiamano Componibili e portano la firma di Anna Castelli Ferrieri, una delle figure più importanti del design e dell’architettura italiana del Novecento.
Nati alla fine degli anni Sessanta per Kartell, utilizzano la plastica e lo stampaggio industriale non semplicemente per riprodurre un mobile tradizionale, ma per immaginarne uno nuovo: modulare, compatto, leggero e adattabile a stanze diverse. Kartell ricorda inoltre come i Componibili siano entrati nelle collezioni di importanti musei internazionali, tra cui MoMA e Centre Pompidou.
La loro forza sta proprio nella semplicità.
Non sono comodini, cassettiere o mobili da bagno nel senso tradizionale. Possono diventare tutte queste cose.
Ed è probabilmente uno dei motivi per cui, a distanza di decenni, continuano ad apparire perfettamente plausibili anche negli interni contemporanei.
7. UP5_6 di Gaetano Pesce: la grande poltrona con la sfera

Tra gli oggetti di design iconici del Novecento, pochi hanno una presenza tanto teatrale.
Una grande poltrona dalle forme morbide e antropomorfe è collegata attraverso un elemento simile a una corda a un pouf sferico.
È UP5_6, progettata da Gaetano Pesce nel 1969 e appartenente alla Serie Up di B&B Italia.
Ma fermarsi alla forma sarebbe un errore.
Pesce attribuì alla poltrona un significato preciso. Il corpo morbido e avvolgente richiama esplicitamente la figura femminile, mentre la sfera collegata alla seduta introduce l’immagine di una palla al piede: una riflessione sulla condizione della donna e sui vincoli imposti dalla società. B&B Italia descrive ancora oggi UP5_6 attraverso questa doppia natura, accogliente e insieme prigioniera.
Anche dal punto di vista produttivo il progetto fu innovativo. La Serie Up sperimentava le potenzialità del poliuretano e della produzione industriale in un periodo in cui nuovi materiali stavano trasformando radicalmente il mondo dell’arredo.
La sua forma è diventata talmente celebre da poter essere riconosciuta anche solo attraverso una silhouette.
È una poltrona, certo. Ma è anche un oggetto-manifesto.
8. Eames Lounge Chair: la poltrona che immagini nello studio perfetto

Legno curvato, pelle, cuscini generosi e un piccolo poggiapiedi coordinato.
Anche chi non conosce Charles e Ray Eames probabilmente conosce questa poltrona.
La Eames Lounge Chair and Ottoman venne progettata da Charles e Ray Eames nel 1956. Nacque come reinterpretazione moderna della tradizionale club chair: gli Eames volevano realizzare una seduta estremamente confortevole, ma visivamente più leggera e moderna rispetto alle grandi poltrone imbottite dell’epoca.
Il risultato è diventato uno dei simboli assoluti del modernismo americano.
La scocca in legno modellato avvolge i cuscini imbottiti; l’inclinazione invita il corpo a rilassarsi mentre l’ottoman completa la posizione.
È interessante che, nonostante sia nata settant’anni fa, la Eames Lounge Chair continui a rappresentare nell’immaginario contemporaneo l’idea stessa di “casa di design”.
Compare negli interni più diversi, dagli appartamenti modernisti alle abitazioni contemporanee, e fa parte della collezione permanente del Museum of Modern Art di New York.
Quando il nome si dimentica, ma la forma rimane
Juicy Salif. Arco. Panton Chair. Sacco. Tolomeo. Componibili. UP5_6. Eames Lounge Chair.
Forse alcuni di questi nomi erano già familiari, altri meno. Ma quasi certamente le loro forme lo erano già.
Ed è qui che si misura la forza dei grandi oggetti di design.
Non soltanto nella firma del progettista, nel valore economico o nella presenza nei musei, ma nella capacità di entrare nella memoria collettiva. Un grande progetto crea un’immagine così precisa da rendere quasi inevitabili le imitazioni che arriveranno dopo.
È anche il motivo per cui conoscere il nome dell’originale conta.
Dietro una forma che oggi ci appare normale può esserci stata, decenni prima, un’intuizione completamente nuova: portare una lampada dal pavimento al centro di una stanza, eliminare le gambe di una sedia, lasciare che una poltrona cambiasse forma sotto il peso del corpo oppure trasformare uno spremiagrumi in una piccola scultura domestica.
Il design diventa cultura proprio quando smettiamo di vedere soltanto l’oggetto e iniziamo a riconoscere l’idea che lo ha generato.





